Allo scoccare della mezzanotte del 9 dicembre 2025, in Australia è entrato in vigore il blocco dei social media a minori di 16 anni. Una decisione drastica, spinta dalla generalizzata paura dei rischi e dei pericoli che le nuove piattaforme digitali rappresentano per i più giovani. Una precisazione che occorre fare è che il ban non si estende a tutte le piattaforme indiscriminatamente, sebbene ad essere colpite siano molte delle app più utilizzate dai giovanissimi.
La legge, tuttavia, non è rivolta direttamente ai ragazzi e alle loro famiglie, quanto più alle aziende a capo delle piattaforme stesse. Spetterà a loro far rispettare le regole, rischiando multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani (28 milioni di euro) per le eventuali violazioni. I sistemi per stabilire l’età di un utente non sono stati uniformati: ogni piattaforma deciderà quali adottare per limitare il margine di errore. Le opzioni includono: l’inserimento di un documento d’identità valido e la sua verifica tramite video o selfie; il riconoscimento facciale o vocale; l’analisi del comportamento online per individuare comportamenti potenzialmente riconducibili a minori. Tutti metodi non ancora perfezionati. Sono già numerosi i casi in cui persone maggiorenni sono state erroneamente identificate come minori di 16 anni dai software di sicurezza. Secondo il governo australiano, comunque, un sistema imperfetto è sempre preferibile a un sistema privo di regole.
La fattibilità del sistema non è però l’unico punto al centro del dibattito: l’introduzione del divieto ha riportato alla luce un’altra questione altrettanto rilevante, ovvero il problema dell’educazione spesso insufficiente che viene offerta ai giovani su come utilizzare i social e muoversi in modo consapevole nel web.
Le intenzioni alla base del blocco sono comprensibili: proteggere i più giovani da contenuti inappropriati, dipendenze digitali, cyberbullismo, esposizione a rischi e manipolazioni. Ma è davvero vietando uno strumento che si educano i cittadini di domani?
Molti esperti di pedagogia, psicologia dell’età evolutiva e media education sostengono che il problema non siano i social in sé, ma l’assenza di competenze per usarli in modo consapevole. In un mondo in cui la quotidianità è sempre più intrecciata con la tecnologia, la scuola non può ignorare il digitale. I social sono — nel bene e nel male — uno dei principali spazi di socializzazione, informazione e creatività degli adolescenti. Vietarli in toto rischia di creare un divario tra le competenze necessarie nella vita reale e ciò che si apprende sui banchi.
La tecnologia avanza più velocemente delle leggi, e i divieti tendono a diventare obsoleti nel giro di pochi anni. Invece, investire nell’educazione digitale crea competenze che insegnerebbero ai ragazzi:
Un ragazzo che impara a riconoscere una fake news, a impostare correttamente le proprie privacy settings o a gestire l’impatto emotivo dei contenuti online diventa una persona più sicura, più autonoma, più libera. Una scuola che educa all’uso del digitale prepara cittadini più critici, più consapevoli e meno manipolabili.